|
Buongiorno
Irpinia, 29 ottobre 2008 |
«Rianimare
un borgo con tredici abitanti»
Dallo scorso agosto colti riferimenti
letterari ed esplicite citazioni
cinematografiche riecheggiano
nell’abbandonato borgo longobardo di
Forino, attorno a “Il Decameron”, il
locale di Fabio Galetta. Giovane e con
molto più di “sole belle speranze”, Fabio
Galetta ha dimostrato, attraverso
l’intervento di restauro di uno dei
palazzi più belli del centro storico, come
alle parole possano seguire i fatti. Un
esempio per le varie amministrazioni del
comune irpino, considerando l’abbandono in
cui versa da 28 anni la loro memoria
storica e architettonica, oggetto
immancabile di ogni campagna elettorale e
puntualmente ignorata al momento
opportuno. «L’ultimo censimento del borgo
che risale al 1990 - afferma Galetta - ha
registrato la presenza di mille vani. Ma
oggi il borgo conta solo 15 abitanti».
Così, l’08/08/2008 alle ore 8 della sera,
accanto allo “storico e stoico” ristorante
“Borgo antico” è stato inaugurato anche il
“Il Decameron, cucina e ‘ntrattien”. E’ un
locale che si propone come «tentativo di
annullare il mondo che fuori sta morendo e
creare una realtà “altra”, di regole nuove
». Galetta, che tradisce letture e
frequentazioni letterarie piuttosto ampie,
ha simbolicamente e sostanzialmente legato
la sua “creatura” alla visione
antropologica di Pier Paolo Pasolini di
cui è appassionato estimatore. “Credo nel
progresso, non credo nello sviluppo”: così
Pasolini in un’intervista televisiva
sinteticamente ritornava sulla sua critica
alla modernità. E questa è la filosofia di
intervento cui Galetta si è ispirato per
porre la sua prima pietra nel processo di
recupero del borgo storico di Forino a
salvaguardia dell’“opera di un’intera
storia, dell’intera storia del popolo di
una città”. «Località Castello rappresenta
la memoria storica di Forino e dell’Irpinia
tutta: per collocazione geografica è un
centro turistico naturale, si trova in
collina a soli 20 chilometri dalla
costiera amalfitana». Ma naturalmente per
valorizzarla ci vorrebbero progetti di
recupero e riqualificazione di tipo
strutturale: «In questi anni - denuncia
Galetta - si è riusciti ad ottenere un
solo finanziamento per la piazzetta del
borgo, ma anche in questo caso, si è
trattato di un intervento carente, che non
ha contemplato anche i sottoservizi».
Secondo lui l’ultima chance per il borgo è
rappresentata «dai fondi europei 2007-13
per opere strutturali » ma su questo punto
anche il suo connaturato ottimismo si
scontra contro il pessimismo della
ragione. «Il rischio che sempre più sta
divenendo reale, è che la bassa Irpinia
diventi un hinterland - dormitorio del
capoluogo». Insieme alla “forma delle
città”, si prospetta, inoltre, un pericolo
di annullamento di tutto il patrimonio
etno - antropologico di cui è appassionato
studioso. Ed anche in questo caso è il
Pasolini del Decameron, con la Canzone di
Zeza e la Tarantella montemaranese, ad
indicargli la cifra adeguata di una
“popolarità”, che sia sinonimo di
autenticità. Membro del gruppo folk di
Forino e dell’Associazione Storica “GS
Lupetti petrolesi” fin da ragazzino ha
accolto l’identità culturale del ballo
‘ntreccio petrurese e delle sonorità
popolari della sua terra interpetandola
con una più ampia lettura di tipo
antropologico “Il Decameron” diventa così
il luogo naturale di una linea culturale
che accolga identità diverse, senza
mettere a repentaglio la propria. Ed in
questa direzione Galetta sta promuovendo
una serie di incontri che lo rendano un
fortino della Forino medievale, ma non di
sopravvissuti. In programma ci sono serate
di musica, ad esempio con i “Jambassa”,
serate dedicate agli odori ed ai sapori
dell’India ed in particolare una mostra di
fotografia dal titolo “Nuovo Regime
percettivo”. «Sarà il pretesto per un
concorso fotografico che avrà anche una
sezione di corto. Cercheremo, poi, di
organizzare una mostra itinerante,
autofinanziata, che possa essere ospitata
nelle strutture ricettive della provincia
per una valorizzazione del territorio».
“Il Decameron” infatti è stato concepito,
racconta Galetta, in un’ottica di
rivalorizzazione irpina anche da un punto
di vista architettonico. «E’ un contrasto
tra contemporaneo e storico: abbiamo
lasciato intonaci vecchi, ma sono stati
introdotti elementi architettonici
moderni. Si è raggiunto così un effetto
molto suggestivo». Per l’arredo è stato
dato ampio spazio agli artigiani irpini,
ad esempio con i tavoli di Fontanarosa e
le lampade del laboratorio di Celsi di
Forino “Bhumi”; così come per il menu si è
«legati alla produzione della terra di
stagione, con una ricerca dei prodotti
indirizzata soprattutto verso piccoli
esercenti locali». Si tratta, insomma, di
un tentativo teso alla creazione di un
«indotto economico sostenibile che
coinvolga un ampio numero di produttori e
artigiani ». Ritorna così la necessità di
un progetto territoriale radicato e
irradiato sul territorio che le
istituzioni fino a questo punto non sono
state in grado di concertare. «La verità -
conclude Galetta - è che un futuro per
rimanere qui in Irpinia bisogna
inventarselo, altrimenti non ci sono
alternative: bisogna soltanto andare via».
LA SCHEDA
BIOGRAFIA Nasce ad Avellino il 29
settembre 1979. CARRIERA Si laurea nel
2005 in “Conservazione dei Beni Culturali”
presso L’Istituto Suor Orsola Benincasa di
Napoli. L’esperienza più significativa che
ha maturato come operatore culturale è lo
stage di 6 mesi che ha svolto presso la
RAI di Roma. «Un’esperienza bellissima -
afferma - che mi ha messo in contatto con
un mondo al di fuori di ogni realtà; per
pressioni che bisogna fare per inserirsi
nel contesto, per conoscere come ci si
muove all’interno di una struttura di
questo tipo ed altro ancora». Nell’ambito
di questa esperienza ha collaborato alla
trasmissione di approfondimento “Italia
che vai”, per la quale ha condotto
ricerche etno- antropologiche utilizzate
per l’elaborazione dei servizi su città e
luoghi; soprattutto ha lavorato su Roma,
Brindisi, Pantelleria, Norcia. Esprime
parole di apprezzamento per i due
conduttori: Guido Barlozzetti ed Elisa
Isoardi di cui sottolinea professionalità
e umanità. Il rammarico è invece relativo
alla soppressione della trasmissione:
«Anche la tv di stato è intrinsecamente
legata alla pubblicità ed all’aspetto
economico, è l’audience a fare la fortuna
o a decretare le fine delle trasmissioni,
indipendentemente dal loro valore
culturale». HOBBY & PASSIONI E’
appassionato di cinema, di
etnoantropologia, di storia, di viaggi.
«La città visitata che più lo ha colpito è
stata Mosca».
Il
lento ed inesorabile declino di un luogo
Il paese si estende in una vasta piana,
circondata da una corona di sette monti:
Falieso, Battincollo, Boschitello, Piana
(la cima più alta di 980 metri), Tironi,
Romola, San Nicola. I monti che circondano
Forino fanno parte dell'Appennino
napoletano e dividono il territorio ad est
dalla pianura di Aiello, ad ovest dal
Vallo di Lauro, a sud dalla Piana del
Monterese, e nord da Avellino. Da
annoverare sono soprattutto noccioleti e
castagneti, che rappresentano la ricchezza
della popolazione contadina locale (forte
esportazione alle industrie dolciarie). Il
comune di Forino, che dista km 11 dal
capoluogo, si compone di tre frazioni:
Castello (che dista dal centro km 3),
Celzi (km 2) e Petruro (km 2). Si trova a
distanza di km 55 dal capoluogo di regione
Napoli, ed è raggiungibile dall'autostrada
A-16 Napoli- Bari con uscita al casello
ovest di Avellino, e mediante la strada
statale n. 88, fino al bivio di Celzi. La
stazione delle Ferrovie dello Stato più
vicina è quella di Montoro, e per questa
ragione le percorrenze interprovinciali
vengono favorite da servizi di autolinee
Secondo studi storici, il primo
insediamento della comunità che diede poi
origine al "locus Forino", si ebbe nel
luogo ove ora si trova la frazione
Castello, in altura, sulla collina di San
Nicola. La posizione strategica (scelta
per difendersi dalle invasioni
barbariche)attribuisce alle case un
nascondiglio perfetto: ancora oggi un
gruppo di esse resta nascosto alla vista.
Fu già il terremoto del 1805 a danneggiare
in forte misura il Castello che fu
spogliato persino delle sue mura quando ad
Avellino fu costruito il Carcere
Borbonico. Quasi tutte le costruzioni del
borgo risalgono all'inizio del XIX secolo;
osservando i portali di Castello e delle
più antiche abitazioni di Forino sono
comunque visibili i segni della
dominazione aragonese che introdusse
l'usanza di scolpire sui frontali delle
porte un fiore, per rappresentare e ad
indicare il sorgere e la costituzione di
una nuova famiglia. Ogni stirpe della
famiglia, veniva inoltre indicata con
l'aggiunta di una foglia allo stelo del
fiore. Oggi il borgo rurale di Castello
appare un luogo ove tutto (o quasi)sembra
essersi arrestato: le case costruite su di
un tracciato stretto e addossate una
all'altra, abbracciano con armonia la
natura ma sembra che stiano
"sopravvivendo" al tempo. Dagli anni ‘80
resiste stoicamente nel borgo il
“Ristorante Borgo Antico” cui si è
aggiunto “Il Decameron” lo scorso agosto
Ma la maggior parte delle case (che hanno
subito gravi danni in seguito al terremoto
del 1980) sono state abbandonate e cedono
poco alla volta; poche altre hanno subito
ristrutturazioni inadeguate che nessun
potere legislativo ha vietato, o stanno
per essere avviate alla ricostruzione
sulla stessa scia distruttiva.
|
|
|
|