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Nel Decamerone di Boccaccio si immagina come, a Firenze durante la peste del
1348, una brigata di 10 ragazzi dell’alta borghesia, fuggano dal contagio
spostandosi in campagna. Fuori la peste, oltre a decimare la popolazione,
distrugge tutte le norme sociali, gli usi ed i costumi che tanto gli erano cari.
Nel nuovo rifugio, i dieci giovani trascorrono il tempo tra canti, balli e
giochi, secondo nuove ma precise regole, una sorta di realtà parallela per
dimostrare come l’uomo, con la propria intelligenza, sia in grado di dare un
ordine alle cose.
Nel Decameron di Pasolini in un momento di forte “crisi culturale e
antropologica” come la fine degli anni Sessanta, in cui il trionfo “della
sottocultura dei mass-media” cancellava le antiche forme di vita della civiltà
contadina italiana, introducendo un’omologazione che toglieva ogni autenticità
della vita, l’innocenza dei corpi popolari, insieme con “l’arcaica, fosca,
vitale violenza” del sesso, sembrava allo scrittore-regista l’ultimo baluardo
per difendere l’autenticità minacciata.
Nel borgo longobardo di Castello a Forino, con un intervento tra il restauro
e l’interior design, come nel Boccaccio, il tentativo è stato di annullare il
mondo che fuori sta morendo e creare una realtà “altra”, di regole nuove. Con
Pasolini, che inizia il suo film con la Canzone di Zeza e lo continua con la
Tarantella montemaranese, si è cercato nella “popolarità”, e non nel
“populismo”, quella identità che ci regali vitalità autentica. |